02 febbraio 2013

Storie di Pietra

ALPINISME ET COMPETITION  di Pierre Allain

Dopo 63 anni dalla pubblicazione  la prima traduzione in lingua Italiana  a cura di Giulian Ghibaudo

Prefazione

Pierre Allain, classe 1912, come Campia e mio padre, nel lontano 1949 dava alle stampe a Grenoble la sua opera più importante “Alpinisme et Competition”.

Nulla di strano che all’epoca, nel pieno del fulgore dell’alpinismo eroico e tradizionale, decenni prima della nascita del “nuovo mattino”, in tempi nei quali l’alpinismo era obbligatoriamente appannaggio di gente che in montagna e di montagna viveva, qualcuno trovasse quanto meno blasfemo che un “parisien” che saliva sassi alti pochi metri a Fontainebleau riuscisse non solo di compiere grandi salite nei gruppo del Bianco, ma soprattutto si peritasse di proporre ed insegnare un approccio con la scalata di tipo affatto nuovo.

“Nemo propheta in patria”, almeno all’inizio, ma la storia e le imprese hanno reso il dovuto onore ad questo illustre personaggio, ed appare quindi, per lo meno strano che, a distanza di ben sessantatrè anni il suo libro ancora non sia stato tradotto in italiano .

Ci proverò io, con tutta umiltà e conoscenza dei limiti che tale impresa impone.

Nella speranza di portare a maggior conoscenza il pensiero di un uomo che fu, a giusto titolo un antesignano dell’alpinismo moderno e che pose, oltre mezzo secolo fa le premesse di una forma di arrampicata che fu gratificata dalla storia e che costituisce tutt’ora la ragione forse fondamentale per la quale i giovani e i non più tali grattano pietre di quattro o quattromila metri in giro per il mondo.

Giulian Ghibaudo

 

 

ALPINISMO E COMPETIZIONE

RILEGGI CAPITOLO I

RILEGGI CAPITOLO II - L'alpinista

RILEGGI il cap. III - Il Fou

RILEGGI CAPITOLO IV - La parete sud della Meije

 

Cap. V°

KARAKORUM

 

A quell’epoca  la rupia valeva 6 franchi e la sterlina 75. Ma, se il denaro restava caro, le mercanzie, materassi o pesce conservato vie erano offerti al ribasso o pressoché regalati a titolo pubblicitario. Ciò non di meno il costo delle spedizioni restava elevato e per portare a compimento un’impresa del genere in Himalaya, la principale delle difficoltà consisteva nel raggranellare soldi in quantità sufficiente, il resto – autorizzazioni diplomatiche o caratteristiche delle tende – non era che organizzazione o competenza tecnica.

Autunno 1935. Per telefono Henry de Segogne mi chiede se accetto di far parte della spedizione che dovrebbe partire la primavera successiva. Il mio negozio di sport è appena aperto ed io non so se una mia assenza di sei mesi non sarà un colpo fatale per un commercio così giovane: chiedo otto giorni per pensarci.

Questa, almeno, la risposta ufficiale che io diedi in quel momento, giocavo al signore che prende del tempo per riflettere e che non sa prendere con un colpo di testa una decisione di tale importanza. In realtà avevo immediatamente accettato: non potevo permettermi di perdere una simile occasione.

L’Himalaya: il summum dell’alpinismo!

I preparativi filano senza sosta. Le commissioni preposte avevano già studiato il materiale e l’alimentazione nei minimi dettagli.

Le tende, materassi, duvets, abbigliamento, calzature, materiale alpinistico propriamente detto,

viveri, batterie da cucina, medicine, ecc. sono comandati, impacchettati, etichettati, e messi nelle casse.

Il 19 marzo 1936 partenza dalla Gare de Lyon e inizio del mio primo grande viaggio. La famiglia e gli amici sono venuti numerosi a salutarci. Emozione generale, i fazzoletti sventolano.

A Marsiglia, l’indomani sera ci imbarchiamo sul “Vicerè delle Indie” destinazione Bombay. I nostri amici marsigliesi, con i quali ci siamo intrattenuti tutto il giorno, ci lasciano verso mezzanotte.

Andiamo a dormire. La nave non leverà l’ancora che alle cinque ed io attendo questa partenza semisveglio.

Ma, cosa sta succedendo? Il movimento delle prima onde si fa appena sentire… sarà forse il mal di mare? Me ne avevano talmente parlato che avevo finito per crederci… ma forse può darsi che questo blocco allo stomaco e alla gola non sia che l’emozione della partenza oppure, semplicemente una questione psicosomatica. A Parigi la Gare de Lyon mi era troppo familiare perché potessi prendere coscienza del vuoto causato da quella che sarebbe stata la mia assenza prolungata per diversi mesi. Ma qui, su una nave, fremente con i suoi motori e il suo beccheggio, il partire risveglia un sentimento ben più profondo.

Pertanto non mi soffermerò sul resoconto della navigazione o del viaggio ma spostiamoci subito al 6 aprile, a Srinagar, capitale del Cachemire e naturale punto di partenza di tutte le spedizioni che vanno nel Karakoram. Vi ritroviamo gli amici partiti quindici giorni prima dalla Francia installati su case galleggianti nella Venezia delle Indie. E’ un’usanza locale quella di avere una casa di campagna mobile e galleggiante, così nessun bisogno di comprare e vendere terreni e immobili per mutare di paesaggio restando a casa propria.

Fino al 17 aprile, il fatidico “giorno J” nel quale dovrà iniziare la marcia di avvicinamento, ci affaccendiamo a schiodare le grandi casse, a confezionare in piccolo formato i carichi propriamente detti, ad accogliere i portatori d’élite: gli Sherpas, a ingaggiare gli altri, quelli di valle che cambieremo quasi ogni settimana, prendendo via-via, quelli delle zone attraverso le quali ci troveremo a passare. In una parola ci occupiamo di tutta l’organizzazione materiale dell’immensa carovana che, per più di un mese, attraverso valli senza fine, si avvicinerà lentamente all’Hidden Peak, scopo della spedizione.

Ma mi accorgo di non avervi ancora presentato i miei compagni di viaggio:

Henry de Ségogne, capo spedizione,

Dottor Jean Arlaud,

Jacques Azémar – segretario della spedizione,

Dottor Jean Carle,

Jean Charignon,

Jean Deudon,

Marcel Ichac -  nostro cineasta,

Jean Leininger,

Louis Nelter – geologo.

Inoltre, secondo le regole si è aggiunto un ufficiale di trasporto britannico, il luogotenente Streatfield. Tarchiato, bruno, dal gesto rapido e l’occhio vivace, ci è parso simpatico fin dall’inizio.

Infine, l’ora della partenza è scoccata per il primo gruppo: Carle, Deudon, Leininger ed io. I camion ci portano a Voil, ove termina la strada. Là ci aspettano i poneys e ciascuno di noi si trova fornito di una inverosimile cavalcatura.

Quella di Deudon, punta da non so quale insetto, forse più dolorosamente delle compagne, riesce subito a sparare il suo cavaliere a mordere la polvere. La mia non mi parve subito capace di tanta energia.

Risalendo il corso del Sind tutti quattro, con un primo contingente di cento portatori, partiamo in avanscoperta verso lo Zoji-là, colle ancor ben innevato e spauracchio ben rinomato della regione, attraverso paesaggi agresti che ci ricordavano le valli dell’Oisan o quelli della Grande Chartreuse. I villaggi che incontriamo sono poveri, sporchi e in rovina, l’odore vi dimora forte, costante e invariabile. A Gound lasciamo i poneys. Sui bordi del Sind, che continuiamo a costeggiare, attraversiamo sulla destra enormi accumuli di valanghe; qualcuna di oltre 500 metri di larghezza in un incredibile amalgama di neve e tronchi d’albero, più o meno fracassati, qualcuno dei quali raggiunge oltre un metro di diametro.

Dopo Gound e Sonnamarg la terza tappa ci conduce a Baltal, ai piedi dello Zoji-là. Nevica.

Le ore passano e, benché non nevichi più il tempo resta brutto. Partiamo lo stesso, in piena notte, verso le 2,30. Poco dopo, alla luce della pila, troviamo le squadre dei portatori ferme in una fila impressionante: rifiutano di proseguire. Le condizioni del tempo mettono paura e soprattutto temono le valanghe che pare imperversino dalle parti dello Zoji-là.

Volano parole grosse ma la promessa di una grossa mancia ha ragione della cattiva volontà e così arriviamo ai 3500 metri del colle alle 7 e nella nebbia più fitta. Presto si mette a nevicare deciso. Arriviamo a Mataian alle 14,30 dopo dodici ore di marcia nella neve molle. Per oggi basta e sono veramente felice di sedermi.

Segue tutta una serie di vallate interminabili, con di tanto in tanto i soliti villaggi nei quali l’eterna insopportabile puzza stona in questo paesaggio di un biancore invernale.

Dras: aspettiamo qui il resto della carovana che s’incammina giornalmente per squadre di cento portatori (ce ne sono cinquecento!). La scarsa disponibilità di ripari a disposizione dei portatori ci obbliga a impiegare questa tattica di scaglionamento.

Di fronte al nostro bungalow c’è una montagna tutta a risalti di roccia nella quale la neve disegna fantasmagoriche coreografie. Senza carte ne ignoriamo sia il nome che l’altezza. Cima certamente vergine, pensiamo che possa essere almeno 5.000 metri e i suoi pendii inferiori sarebbero bellissimi campi da sci: un po’ lontano dalla Francia, forse.

Riprendiamo la marcia il 30 aprile con tutta la truppa alfine riunita, poi c’è Simsa-Karbu e Karal. La neve è scomparsa, fa bello e la primavera si fa sentire negli alpeggi, nei ruscelli e nel tepore nuovo dell’aria.

Ritroviamo delle cavalcature con relativi finimenti. Non saprei veramente come definire quello che portano sul dorso: pare più un vassoio da pasticceria che una sella, in legno o canna, ricoperto di un vecchio straccio. Sotto, dei vecchi panni di lana pieni di buchi servono da coperta, una funicella al posto delle redini. Non ci sono le staffe? Nessun problema: due cordicelle annodate sotto il vassoio da pasticceria ed ecco là un paio di staffe. Sotto tutto questo armamentario sonnecchia la medesima bestiola malinconica e poco vigorosa della quale avevamo già fatto conoscenza a Voil. Tutto l’insieme, qui viene chiamato “poney da sella”.

E vi prego di credere che noi avevamo un fiero portamento là sopra, soprattutto i Segogne, i Neltner o gli Arlaud, le cui lunghe gambe mancavano di poco il suolo ad ogni scossa del passo o del raro trotto di questi tristi ronzinanti.

Ancora qualche villaggio e, attraverso la bella vallta del Suru, arriviamo al confluente dell’Indo che non è ancor altro che un grosso torrente nonostante sia già a cinquecento chilometri dalla sorgente.

Le pareti alte e dirupate lasciano intravvedere di tanto in tanto qualche alta cima sconosciuta. Lungo in fiume, sulle sue rive abbastanza desertiche, dapprima rare, poi sempre più frequenti, vere oasi nascondono tra la vegetazione i villaggi della valle. Tra questi notiamo Baghicha, Tolti e il suo rajah, Parkutta, curiosamente costruito sulla cima di un roccione.

La valle si allarga, e qui lo Shock si getta nell’Indo. Quest’ultimo prende allora una larghezza considerevole che non farà che accrescere fino a Skardu alla confluenza dello Shigar.

Le alte pareti che bordano il fiume, qui si abbassano e, allontanandosi, lasciano intravvedere altri luoghi. Ben presto davanti a noi si dispiega un panorama veramente grandioso: una larghissima vallata di sabbia assolutamente piatta, una sorta di deserto solcata da due immensi serpenti d’acqua. Al centro due enormi cuscini rocciosi alti un paio di centinaia di metri; ai loro piedi una bella oasi nella quale sboccia Skardu, la capitale del Baltistan. Tutt’intorno, molto lontano, le grandi montagne. Una sorta di muraglia chiude tutta una parte dell’orizzonte, mentre dall’altra profonde vallate dominate da altissime vette paiono condurre verso inaccessibili dimore di qualche misteriosa dea delle nevi.

Skardu, la capitale, non è altro che un villaggio forse più grande e meglio tenuto degli altri. Non siamo che a 2.500 metri, al punto più basso della nostra marcia: dobbiamo ancora risalire le valli di Shigar e di Braldo.

Due giorni passano dedicati innanzitutto al riposo e alla riorganizzazione dei carichi; ne approfittiamo per andare ad assaggiare i piatti straordinariamente speziati che i signori del luogo Wazir e Teh-Sildar hanno creduto loro dovere offrirci nel corso di un cordialissimo ricevimento. Per terra, sui tappeti, attorno ad una bella tovaglia, sono disposti grandi piatti circolari in numero eguale a quello dei convitati. In ciascuno un mucchietto di riso, una serie di scodelle ripiene di carni diverse, insaporite di spezie e un gran bicchiere d’acqua.

Seduti all’indiana, le gambe ripiegate al suolo, si mangia tutto questo con le sole dita della mano destra. Immediatamente la bocca si trasforma in un braciere e arriviamo a comprendere l’utilità del gran bicchiere d’acqua che servitori zelanti si affannano a riempire. Tutto ciò ha un buon sapore, ma la cucina francese è, nondimeno, tutt’altra cosa.

Lasciamo Skardu e dopo il bassaggio in barca del braccio principale, è la volta del guado del braccio secondario dell’Indo. Borbottiamo tutti quanti a seconda del’attitudine dei poneys da destreggiarsi tra le sabbie mobili. Siamo ormai abituati da tempo a incidenti di questo genere.

Non eri tu, Ichac, che, con la tua Rolleyflex a batteria sei passato sopra la testa del tuo poney caduto in un buco, hai bevuto tutto uno stagno e ti sei andato a sparpagliare con il tuo equipaggiamento in mezzo ai flutti? Credo bene che, sul momento la cosa ti sia apparsa un po’ meno divertente che non a noi. Un altro giorno Arlaud salvò il tuo equipaggiamento immerso per la seconda volta mentre stavo correndo alla ricerca del mio casco coloniale, asportato da una corrente troppo rapida: doppio incidente dovuto in conseguenza della stessa, sbagliata, manovra.

Un’altra volta, ed era un mattino durante il ritorno, poco mancò che annegassi in un piccolo affluente della Demordeau. Ne uscii per un pelo, intirizzito e gocciolante dalla barba alle mutande. Formavo un tal quadro che Charignon, il mitragliere della Leica non esitò ad immortalarmi in una foto celebre (tra di noi) ma impubblicabile tanto i tratti spirituali dell’idiota del villaggio erano resi con un significato sì poco adulatore per l’autore di questi appunti.

Continuiamo per Shigar, Koshumal, Desso, Gomboro, Aksole, che segnano le nostre tappe giornaliere. La popolazione è probabilmente ancora più miserabile di quella che abita le valli di Suru e dell’Indo. La maggior parte degli indigeni porta un gozzo mostruoso. La causa è forse da ricercasi nella qualità dell’acqua, come narra la leggenda? In ogni caso ho notato che all’acqua pura preferiscono la limonata che ha un gusto migliore.

Le sole costruzioni della regione degne di attirare l’attenzione sono i ponti di liane. Certuni misurano fino a ottanta metri di lunghezza e servono a traversare torrenti di una portata e di un’irruenza tali che, al paragone quelli delle Alpi paiono come ruscelletti.

Lasciamo Askolè (3.050 m.) ultimo villaggio della valle per abbordare l’alta montagna propriamente detta. All’inizio è la traversata di quattro o cinque chilometri della lingua terminale del ghiacciaio del Biafo, poi Korofon, Bardumal, Paiju (termine delle nostre tappe) non sono che toponimi.

Ai piedi del Baltoro, sulla riva sinistra del ghiacciaio, installiamo stasera il nostro campo in un’ansa di sabbia e pietrisco, ai piedi di grandi falaises alluvionali. Ossa di Ibex, sorta di grande camoscio himalaiano, scoperti al giusto momento, offrono l’occasione di dare un nome a questo posto: sarà il Campo degli Ibex.

Dopo cena, i coolies, disposti in un semicerchio di cinquanta metri di raggio, ai piedi dei risalti, con i loro fuochi da campo e le loro canzoni cadenzate dal battere delle mani, rifanno il solito spettacolo serale. Ma stasera i coni di luce che si proiettano sulle pareti incrementano l’impressione di estraneità che si sprigiona da tutto ciò, non scevra di grandezza.

Lasciamo dietro di noi gli ultimi arbusti – quanto li apprezzeremo al nostro ritorno! – e iniziamo la risalita del Baltoro: sono sessanta chilometri al Campo Base, allungati dai meandri inevitabili imposti dalla superficie complessa di questi fiumi di ghiaccio.

Ci vorranno cinque giorni per venirne a capo cinque giorni durante i quali, lentamente – oh, quanto! – sfileranno lungo le sue rive cime maestose, pareti impressionanti, guglie vertiginose. I superlativi comunemente usati sono qui insufficienti a descrivere questo mondo fuori di ogni parametro.

Sulla riva destra le impressionanti torri di Mustang, Tramgo, e Paiju sono come Aiguilles di Chamonix con pareti di duemila metri. In riva sinistra il Masherbrum (7.821 m.) d’uno splendore selvaggio, lascia intravedere la sua bella vetta rocciosa e la sua scintillnte parete nord.est, tutta una cascata di ghiaccio.

Al fondo, dietro Concordia Platz ove il Baltoro obliqua, il Gasherbrum chiude l’orizzonte. Da questa “Place de la Concorde” ultima tappa prima del campo base, possiamo ammirare il Mitre Peak, il Broad Peak e soprattutto il formidabile Chogori o K2 (8.591 m.) punto culminante del Karakoram e terza vetta del mondo. (Questo nel 1935. Negli anni successivi il K2 sarà riquotato in 8.611 metri e sarà la seconda vetta del mondo dopo l’Everest – n.d.t.).

Sveglia in piena notte, alle 2,30 per l’ultima tappa. Per ragioni di economia alimentare (siamo un po’ scarsi nei viveri per i Baltì) vogliamo arrivare di buon’ora al campo base per rimandare a casa l’esercito dei portatori.

Ma non è un’incombenza trascurabile quella di svegliare e far partire i coolies. E’ inoltre tempo per costoro che tutto ciò finisca: la maggior parte di loro si lamentano del male agli occhi e noi non abbiamo abbastanza occhiali per tutte queste oftalmie. In più, hanno passato una brutta notte, molto fredda e, malgrado la sua brevità, ci mettiamo molto tempo a terminare la tappa. Parecchi malati non ci vedono quasi più e bisogna condurli per mano per superare tutte le piccole difficoltà.

Eccoci comunque arrivati al campo base ed oggi, 26 maggio, per la prima volta vediamo l’Hidden Peak, oggetto ed obiettivo di tutti i nostri sforzi. E’ esattamente quello che immaginavamo all’osservazione delle foto: severo e distante!

Da Srinagar, quaranta giorni, di cui trenta di marcia effettiva sono stati necessari per percorrere questi cinquecento chilometri di avvicinamento! Sarà forze un record di questa specialità? Io non so. Ma fin d’ora già il record d’altitudine è superato per ciascuno di noi: circa 4.900 metri.

Ci installiamo su una morena, le tende fioriscono un po’ dappertutto e formano un vero piccolo villaggio con i suoi principali monumenti: la tenda-cucina- dispensa e la tenda-ospedale che per il momento serve soprattutto da deposito.

Nel frattempo a parte una ventina che vogliono aiutare noi e gli sherpa a montare il primo campo, tutti i portatori di base hanno ripreso la via per Askolé.

Volgiamo allora lo sguardo verso il “nostro 8000” con l’intento di effettuare un esame serio della situazione. Si tratta di scoprire, lungo lo sperone, l’itinerario che offra la minore resistenza. Senza dir parola, ciascuno scruta questo pezzo di montagna e cerca di valutare la difficoltà del tracciato; i binocoli passano di mano in mano: in questo momento sono molto richiesti sul mercato.

Due giorni passano così, a perfezionare la nostra installazione e a riposarci. Teniamo consiglio e l’itinerario scelto è unanimemente quello che ciascuno di noi aveva segretamente progettato: coincidenza che conforta la validità delle nostre valutazioni personali.

29 maggio: Neltner, Charignon, Carle e Deudon partono per porre le basi del campo 1 (base avanzato).

30 maggio: alle 7,30, seguiti da qualche sherpas, partiamo, Leininger ed io per il campo, che raggiungiamo due ore dopo: E’ completamente installato su neve in prossimità di un piccolo torrente glaciale, un mulino, come direbbero a Chamonix.

Charignon, trattenuto da un’angina, ha lasciato partire gli amici senza di lui. Sullo sperone li vediamo arrampicare con gli sherpas, fermarsi, esitare davanti ad un primo ostacolo, ripartire, fermarsi del tutto. Posano i carichi, ridiscendono e, dopo un bagno accidentale in un piccolo laghetto glaciale ritornano abbastanza intristiti.

Il risultato delle loro argomentazioni è che un equipaggiamento di corde fisse e chiodi è necessario per permettere agli sherpas, carichi di quindici chili di progredie normalmente. Fin là la montagna non presenta nessun luogo utilizzabile neanche per piantare una tenda. Questo tipo di terreno, dicono, ci porterà a non disdegnare alcuna possibilità per precaria che sia, di piantare un campo.

31 maggio: per dare il cambio ai nostri compagni, partiamo abbastanza presto, Jean ed io, approfittando della loro pista. Saliamo abbastanza rapidamente e, un’ora e mezza dopo aver attaccato il primo pendio, raggiungiamo il deposito del materiale abbandonato ieri. Subito sopra attrezziamo con una corda a nodi la placca che aveva arrestato i portatori. Così potranno superare agevolmente il passaggio. Almeno questo è quello che crediamo. In realtà non arriveranno a superarla che con difficoltà e impiegando parecchio tempo.

Continuiamo a salire per neve e roccia. Una traversata su una placca inclinata sulla quale lasciamo un mancorrente, un canale in neve e, sulla sinistra ecco che troviamo un promontorio sporgente sul quale potrebbe trovar posto, sia pur in modo precario, qualche tenda. Questo sarà il campo II a 5.650 metri. Bene o male gli sherpas ci seguono. Sono decisamente più a loro agio su neve che non su roccia, ma, visto che qui le difficoltà sono prevalentemente rocciose… Infine, bisogna ben adattarsi, e, se la buona volontà aiuta, alla fine della stagione la maggior parte di loro saranno diventati scalatori passabili.

Lascio Jean Leininger a finire l’installazione del campo e, con quattro portatori scendo a recuperare del materiale al deposito, trecento metri più basso. Risaliamo abbastanza affaticati e andiamo a dormire dopo un pasto sommario.

1° giugno: Né io né Jean abbiamo chiuso occhio tutta la notte, preda entrambi di un terribile mal di testa. Che sia la quota? Non vogliamo crederci, ma non troviamo altra spiegazione. In più, non abbiamo assolutamente fame.

Abbiamo ben da arrovellarci il cervello, il fatto è che, vista la nostra condizione è fuori discussione di continuare verso l’alto. Almeno per il momento.

Dopo l’arrivo di Neltner cerchiamo di scendere lentamente, ogni passo risuona nella nostra testa come un colpo di martello. Posiamo i piedi per terra con la delicatezza di un gatto e arriviamo così al campo I, senza inconvenienti ma piuttosto provati.

Durante la discesa il nostro malessere, con un sincronismo stupefacente, s’era per metà dissipato. Sarà quindi stata proprio l’altitudine? Noi cominciamo seriamente a temerla perché, in questo caso, cosa diavolo saremo venuti a fare da queste parti?

In seguito abbiamo appurato la vera causa di questa intossicazione, dato che si trattava ben di questo: Al campo II avevamo avuto l’intelligente idea di stoccare dentro la tenda tutta la scorta di pastiglie di Meta per metterle al riparo del sole e delle intemperie e ne avevamo respirato per tutta la notte le nocive esalazioni.

Nella nostra provvisoria ignoranza andiamo a letto rimandando all’indomani tutte le preoccupazioni.

2 giugno: Neltner, con qualche sherpas installa il campo iii sulla cima di una costa rocciosa su delle bruttissime terrazze, 350 metri sopra il campo II e ridiscende.

3 giugno: Carle e Deudon salgono al campo II, prendono Neltner e continuano verso il campo III. Lasciando qui i due compagni che dovranno l’indomani installare il campo IV, Neltner ridiscende al campo base-

4 giugno: Nevica, le operazioni sono sospese. Carle e Deudon ridiscendono dal campo III.

5 giugno: Malgrado il tempo incerto, Leininger ed io, seguiti da dodici sherpas facciamo rotta verso i campi superiori. Streatfield ci accompagna. Tutto va bene fino al primo deposito di viveri. Qui un banco di nubi già minaccioso si avviciva e ricomincia a nevicare; perseveriamo ancora un poco, poi il tempo si guasta del tutto e noi decidiamo di depositare il materiale e scendere rapidamente.

Arriviamo al campo I da cui nessuno è ancora partito verso il campo base. Dopo pranzo, in mezzo ad una nevicata soffiata da un vento violento, tutti scendono salvo Leininger ed io che ancora speriamo in un miglioramento che ci possa permettere, l’indomani, un nuovo tentativo. Ahimè, non fa che peggiorare e noi passiamo il tempo a mangiare e a giocare ai nostri giochi preferiti scacchi, battaglia navale, ecc.

Verso sera schiarisce e compaiono le rocce coperte di neve. Saranno necessari due giorni perché il sole riporti a condizioni passabili. Domattina partiremo certamente, ma verso il campo base.

6 – 7 giugno: riposo forzato, ma l’ottimismo la fa da padrone. Siamo persuasi di avere ancora un mese davanti prima dell’arrivo del monsone e già mille metri di sperone sono attrezzati con due campi e qualche centinaio di metri di corde fisse (ne impiegheremo più di duemila durante la campagna).

8 giugno: arrivati ieri sera al campo I ripatiamo, Jean ed io verso il campo II con otto sherpas portando viveri, cavi d’aciaio e un verricello! Era stato previsto che, per il superamento di certe difficoltà, questo strumento avrebbe facilitato la salita del materiale. Così era stato studiato un verricello leggero in duralluminio funzionante con un cavo portante di 4,5 mm. ed un traente di 2,5mm.

Avevamo così l’intenzione di attrezzare con una sola campata di 250 metri la parte dello sperone situato tra il campo II e un punto situato al di sopra della placca attrezzata, principale difficoltà tra il campo I e il campo II.

Arrivo al campo II con tutta la mercanzia. Intanto che Jean e i suoi sherpas scendono a ricuperare i carichi lasciati più basso due giorni prima, io comincio a preparare i piani per l’impianto di tutta la meccanica. Sono qui nel mio “regno professionale” e non avrei voglia di lasciare ad altri questa incombenza, inoltre non c’è nessuno che me lo chieda.

9 – 10 giugno: In due giorni tutto questo lavoro avrebbe potuto essere terminato se solo il cavo avesse avuto 25 metri di più. Sarà necessario spostare tutto per recuperare questa distanza e contare di conseguenza due altri giorni di lavoro in più. Nel frattempo i portatori si stanno abituando alla roccia e non fanno più tante storie a scalare la famosa placca. In più hanno bisogno di noi in alto per installare il campo V (il campo IV l’avevano nel frattempo piazzato Neltner e Deudon).

Abbandoniamo quindi l’affascinante idea di costruire la più alta teleferica “in the world”.

11 giugno: sempre con il mio fedele compagno montiamo al campo III e vi pernottiamo.

12 giugno: Saliamo a dare il cambio a Neltner e Deaudon al campo IV. Loro scendono per assicurare il rifornimento dei campi inferiori. Il tempo, molto bello in questi giorni, comincia a coprirsi.

13 giugno: Nevica con vento molto forte: Restiamo coricati i tenda.

14 giugno: Il maltempo persiste ed anche noi: la pazienza è il nostro forte.

15 giugno: Il vento e la neve raddoppiano di violenza.

16 giugno: Nevica fino a fine mattino. Nel pomeriggio approfittiamo di una schiarita per scendere al campo I.

17 giugno: tempo bellissimo. Sulle pareti rocciose la neve fonde. Domani risaliremo. Deudon un po’ malato è sceso in questi ultimi giorni al campo base. Ci raggiunge stasera.

18 giugno: Ripartiamo con lui verso i campi superiori. Non ancora perfettamente in forma Deudon si ferma al campo II da cui potrà rendersi utile coordinando la salita dei rifornimenti verso i campi superiori da parte degli sherpas. Jean ed io continuiamo.

Al campo III ci concediamo due ore di tempo per il pranzo e il riposo, poi partiamo per il campo IV.

Termineremo la tappa lentamente ne abbiamo piene le tasche: 1.300 metri di dislivello nella giornata, a questa altezza: tanto basta per oggi. Durante questo tempo Neltner, sdraiato sul ventre (il fortunato!) ci guarda salire verso di lui. Ci lascia il posto e scende al campo III a organizzare i rifornimenti dei campi superiori.

19 giugno: Attrezziamo 300 metri di passaggi ripidi e difficili. Al di sopra troviamo un buon posto per piazzare il campo V a 6.650 metri circa.

20 giugno: Dopo aver pernottato al campo IV noi saliamo con degli sherpas carichi di materiali e viveri al luogo prescelto, dove installiamo il campo. Sarà, come tutti gli altri impiantato su stette terrazze spioventi che occorre adattare spostando qualche tonnellata di roccia, cosa che si fa non senza sforzo.

Siamo entrambi abbastanza affaticati. Seduti su una roccia lasciamo vagare lo sguardo su innumerevoli cime. Il Masherbrum, a  tre giorni di marcia domina da lontano con tutta la sua parte sommatale. Molto più vicino l’enorme Golden Throne dispiega i suoi vasti plateaux innevati. A sinistra, al fondo del ghiacciaio, un colossale pilastro: Queen Mary.

Dai drappeggi del Bride Peak ai segreti dei Gasherbrum interiori si stende il formidabile reame dell’Inumana Armonia; ai nostri piedi, tranquillo, il Baltoro largo e potente serpeggia tra questi giganti. Questa contemplazione ci fa pensare all’ampiezza e alla diversità dei fenomeni naturali: lo sipirto, obnubilato dall’immensità di questi problemi, inciampa nel tentativo di una spiegazione qualunque. Ma lo spirito, come un terreno ben arato, beneficia di questi colpi d’occhio e di queste domande senza risposta,  rimescolamenti mentali e folate di vento in nuove direzioni che permettono al seme di un pensiero fecondo di germogliare più facilmente in seguito.

21 giugno: Equipaggiamo qualche passaggio difficile in direzione del campo VII. Neltner, che ci ha raggiunto, ci aiuta nella parte superiore.

Siamo a 6.850 metri circa, ben vicino all’ultimo bastione roccioso che sostiene la cima nevosa dell’Hidden Peak sud (7.069m.) Speriamo domani, dall’alto di questa cima, di scoprire il plateau glaciale bordato dalla cresta rocciosa che dovrebbe condurci alla vetta vera dell’Hidden Peak, scopo della nostra spedizione.

Ahimé, questo giorno dovrà conoscere il punto estremo scalato da noi. Senza nulla dubitare ridiscendiamo tutti tre, preceduti dagli sherpas. Neltner ci lascia installare al campo V e lui scende al IV.

La neve inizia a cadere.

22 giugno: notte giorno neve e uragani.

23 giugno: come sopra. Occorre addossarsi al telo della tenda perché non prenda il volo. Poi, ad un certo momento, calma piatta per dieci, quindici secondi e, brutalmente, esplodendo come una salva d’artiglieria, l’uragano ricomincia! Impossibile dormire. Per coprire l’urlo del vento cerchiamo di urlare cose che chiamiamo arie d’opera; talvolta ci riusciamo persino.

24 giugno: stesso tempo tutta la notte e il mattino seguente. Nel pomeriggio scendiamo verso il campo I. Al campo IV Neltner e Deudon restano sepolti nelle loro tende e preferiscono non scendere.

Al campo III, disabitato, è la catastrofe: su cinque tende una sola è rimasta in piedi. Le altre quattro sono state strappate e disperse. Una incoronava la cima di una roccia, l’altra giaceva sotto un cumulo di neve, la terza pendeva miseramente da uno dei pali, la quarta, alla fine, scomparsa.

Al campo II incontriamo Charignon, guarito dall’angina, e che, incaricato di rifornire i campi II, III e IV, era, solo sahib, incazzato come si può ben immaginare. Lo lasciamo alla sua malinconia e scendiamo al campo I.

25 giugno: riposo; il tempo migliora.

26 giugno: Charignon, salito al IV ha raggiunto Neltner e Deudon. Noi saliamo al campo II da cui contiamo di rifornire i campi inferiore mentre i nostri compagni attrezzeranno il rimanente dello sperone. Ma la sera stessa, nuovamente, nevica.

27 giugno: notte e giorno nevica senza sosta.

28 giugno: nevica sempre. Si sentono, senza vederle, le valanghe precipitare con un gran fracasso che si ripercuote tutt’intorno. Qualcuna dura interi minuti, e, quasi ininterrottamente segue o si sovrappone alla precedente.

29 giugno: continua a nevicare; di tanto in tanto bisogna uscire per alleggerire le pareti della tenda dal peso della neve. A parte questo esercizio ginnico, restiamo coricati ventiquattr’ore su ventiquattro, dato che lo spazio nella tenda è così esiguo da non proporci altra soluzione.

30 giugno: così fanno quattro giorni pieni che nevica senza sosta. Mai nelle Alpi abbiamo visto una tale coltre in una sola precipitazione: un metro e mezzo al campo base. Qui, sui pendii ripidi la neve scivola ininterrottamente in piccole valanghe.

Ne abbiamo piene le tasche di restare bloccati nei nostri piccoli stambugi, così, nel pomeriggio, approfittando di un momento di calma scendiamo fino al campo I. Prendiamo il massimo delle precauzioni per evitare il pericolo delle valanghe studiandone le rigole ed arriviamo così sul ghiacciaio senza aver corso troppi pericoli.

1° luglio: Ichac, dal campo base parte nel pomeriggio con tre sherpas a girare un po’ di pellicola ai piedi del grande colatoio, punto di partenza della nostra via. Due ore più tardi ci raggiunge, emozionantissimo per quello che ha appena visto.

Ci racconta che, pronto a girare, sente cadere una valanga come tante altre volte in questi giorni; leva nondimeno lo sguardo e scorge sul fronte della cascata di neve due corpi che, come pupazzi disarticolati precipitavano a corpo morto.

Corre verso quella che presume essere la fine della loro traiettoria senza speranza di trovare alcuno in vita. Sul posto la prima impressione non è affatto migliore. Si tratta di due portatori. Aiutato dai suoi tre sherpas li libera dalla neve e parte alla ricerca di soccorsi. Passando ci racconta tutto questo e fila verso il campo base per dare l’allarme ad Arlaud affinché possa curarli, posto che non sia già troppo tardi.

Nel frattempo i nostri sherpas partono alla ricerca delle due vittime e due ore dopo un primo gruppo arriva con uno dei due incidentati. E’ in uno stato migliore di quanto non avesse lasciato intendere l’emozionato Ichac; ma attendiamo l’arrivo di Arlaud per farci un’opinione più precisa. Lo stato del secondo ferito che lo segue di poco, ci pare analogo a quello del primo.

Arlaud, arrivato dal campo base e ancora affannato dalla marcia forzata esamina i suoi due nuovi clienti. Intanto apprendiamo che questi due sherpas, scendendo dai campi superiori poco sopra il campo II avevano, per disattenzione o per la fatica, lasciato la corda fissa e scivolati nel canalone, provocato la valanga che li aveva travolti e, fatti saltare una notevole barra di roccia. Per una fortuna che rasenta il miracolo se l’erano cavata soltanto con profonde contusioni.

Sarà comunque necessario trasportarli in barella fino a Srinagar. Segogne arriva a sua volta: non ci eravamo più visti da 6 giugno.

2 luglio: lo stato stazionario dei feriti, secondo Arlaud, è un buon segno.

Charignon, Deudon e Neltner, con il resto degli sherpas, scendono dal campo II. Sullo sperone non c’è più nessuno. Raduniamo le nostre cose e scendiamo al campo base.

Di là solo venti giorni saranno sufficienti per raggiungere Srinagar attraverso il plateau del Dosai. L’avventura è finita.

La nostra progressione condizionata dai lavori e dalle precauzioni prese in montagna, era stata troppo lenta davanti ad un monsone in anticipo di tre settimane su quello che pensavamo essere il suo orario. Il monsone, una volta di più, nella storia himalaiana, ha vinto. Noi fuggiamo, stanchi e delusi.

I nostri sforzi non ci hanno portato il successo, ma probabilmente non saranno stati vani. L’esperienza acquisita nella permanenza di oltre un mese sui fianchi di una tale montagna ci sarà di grande utilità nel corso di una prossima spedizione. Questa, certamente più fortunata, vincerà; nessuno ne dubita.

Ritorna



Segui i nostri aggiornamenti:
Facebook Logo   Youtube Logo

Condividi questa pagina con i tuoi amici:


Prossimamente

20 settembre 2014
Un'attività facile, divertente molto sicura. Adatta a tutti.

27 settembre 2014
Giornata dedicata all'arrampicata in fessura, per scoprirne tutti i segreti...

28 settembre 2014
Emozioni ed ombra garantiti!

05 ottobre 2014
Al via l'edizione autunnale del nostro corso di arrampicata base in tre giornate

05 ottobre 2014

Percorsi attrezzati in parete con pioli in ferro e funi metalliche, per facilitarne la progressione; une vero e proprio parco divertimenti tra aria e roccia.

 


12 ottobre 2014
Seconda uscita del nostro corso base di arrampicata

Vai al calendario completo >>



Ultime uscite

31 agosto 2014
Splendida giornata di canyon con AET, Adventure&Nature a Rocchetta Nervina

29 agosto 2014
La vetta più alta delle Alpi Marittime per Martina, Mirko e Simone.

24 agosto 2014
Una giornata di arrampicata avvolti nelle classiche nebbie del mongioie

22 agosto 2014
Una delle più belle vie del Paretone...

21 agosto 2014
Una 2 giorni intensa per Marco, prima in valle Maira Rocca Castello, poi in Valle Vermenagna - Vernante sul Monte Frisson.

19 agosto 2014
Prime esperienze di climbing per Emilio da Lugano in trasferta vacanziera a Limone P.te
 

Archivio completo >>